Olio a 4 euro e raccolta a rischio, i sindaci chiedono lo stato di crisi: «Le olive potrebbero restare sugli alberi»

Dopo l’incontro in Prefettura, ieri pomeriggio assemblea pubblica in Comune a Corato. Tra costi di produzione elevati, prezzi in caduta e timori per il futuro delle aziende, gli olivicoltori chiedono interventi immediati. Lunedì nuova manifestazione a Bari

136 commenta

Riconoscimento immediato dello stato di crisi del comparto olivicolo-oleario e apertura di un confronto urgente con il Ministero dell’Agricoltura. Sono le richieste avanzate dai sindaci del territorio al prefetto di Bari, che si è impegnato a trasmettere al Governo un documento sulle difficoltà del settore. Un primo risultato della mobilitazione degli olivicoltori, alle prese con il crollo delle quotazioni dell’olio e con una campagna di raccolta che rischia di cominciare senza alcuna certezza economica.

L’esito dell’incontro in Prefettura, tenutosi ieri mattina alla presenza di numerosi amministratori del territorio, è stato illustrato dal sindaco di Corato, Corrado De Benedittis, durante l’assemblea pubblica che si è svolta nel pomeriggio nella sala consiliare del Comune di Corato. Un confronto tra istituzioni, produttori e rappresentanti delle organizzazioni agricole, convocato per fare il punto sulla crisi e sulle iniziative da intraprendere.

«Il prefetto ha dimostrato tutto il suo interesse sulla questione e ha assicurato che farà da tramite con il Ministero dell’Agricoltura, inviando un documento nel quale saranno indicate tutte le emergenze che riguardano il settore», ha riferito De Benedittis, sottolineando la necessità di ottenere risposte in tempi strettissimi.

Il sindaco ha ricordato che la richiesta di riconoscimento dello stato di crisi è stata formalizzata dalla Regione Puglia già il 21 maggio scorso e che, da allora, si sono susseguiti incontri con le organizzazioni agricole e interlocuzioni con il Ministero, senza risultati concreti.

«Non si tratta di mandare un documento e attendere una risposta tra due mesi, perché le olive sono ancora sugli alberi e non c’è tempo da perdere. C’è un ritardo del Ministero dell’Agricoltura che è inspiegabile», ha osservato il primo cittadino.

A rendere particolarmente grave la situazione è il rapido deprezzamento dell’olio. Se nel novembre dello scorso anno le quotazioni raggiungevano i 9,20 euro al chilo, oggi oscillano tra i 4 e i 4,20 euro, con segnalazioni di prezzi anche di 3,80 euro. Un crollo che mette in discussione la sostenibilità economica della raccolta e rischia di compromettere la continuità di numerose aziende agricole.

Ma il problema potrebbe andare ben oltre la raccolta imminente. «Il rischio veramente è che di fronte a noi abbiamo l’abbandono dei terreni, se addirittura oggi in tanti si chiedono se sia opportuno raccogliere o lasciare il prodotto sugli alberi. Questo non possiamo mai consentire», ha avvertito De Benedittis.

All’assemblea hanno preso parte, insieme al sindaco, l’assessore alle Attività produttive Antonio Diaferia, il consigliere comunale Gennaro Caldara, Tommaso Loiodice, presidente nazionale Unapol e presidente del FOOI (Filiera Olivicola Olearia Italiana), Francesco Losito, portavoce del comitato Orgoglio Olivicolo, e Giovanni Bucci, presidente di Oliveti Terra di Bari.

Sulle ragioni della crisi si è soffermato l’assessore Diaferia, che ha evidenziato il paradosso di una campagna olivicola caratterizzata da prospettive produttive interessanti, ma da condizioni di mercato profondamente sfavorevoli.

«Dopo un anno di lavoro arriva il momento di raccogliere i risultati. Sulle piante i frutti ci sono, sono significativi e interessanti. Purtroppo non c’è quella serenità nell’affrontare il mercato, perché già dal mese di maggio le quotazioni sono in ribasso e c’è un eccesso di giacenze negli stoccaggi».

A pesare sul comparto, secondo Diaferia, è anche la concorrenza degli oli provenienti dall’estero, spesso prodotti a costi inferiori per effetto di differenti condizioni economiche e normative. Una situazione che rende ancora più urgente il rafforzamento dei controlli sulla provenienza e sulla commercializzazione del prodotto.

«Non significa che l’olio dall’estero non debba entrare. Significa però che bisogna essere certi della tracciabilità del prodotto. Quando arriva un olio straniero, la sua denominazione non deve cambiare: deve restare quello che è, un prodotto non italiano. Le sofisticazioni creano una concorrenza sleale nei confronti dell’olio che produciamo».

È proprio sulla trasparenza del mercato, oltre che sulla necessità di sostenere economicamente le imprese, che si concentrano alcune delle principali rivendicazioni del comitato Orgoglio Olivicolo, promotore della mobilitazione.

La piattaforma presentata dal movimento chiede innanzitutto al Governo il riconoscimento dello stato di crisi del settore olivicolo e l’attivazione immediata dei provvedimenti conseguenti. A questa richiesta si affiancano l’introduzione di un documento elettronico di trasporto dell’olio, sul modello di quello già previsto per il settore vitivinicolo, e un piano straordinario di controlli antifrode su scala nazionale, con verifiche effettive e documentabili.

Il comitato sollecita inoltre misure specifiche per il ritiro e lo stoccaggio del nuovo olio, così da sostenere le quotazioni alla produzione, e interventi finanziari destinati ai frantoi. Tra le rivendicazioni figurano anche sostegni alle aziende agricole e misure compensative regionali per fronteggiare il caro carburante, considerato un ulteriore aggravio per un settore già in difficoltà.

L’urgenza di questi interventi emerge dalle parole di Mario Colella, produttore olivicolo, che descrive una situazione nella quale la raccolta rischia di diventare economicamente insostenibile.

«Il problema è che non tutti i terreni hanno l’acqua e, in quelli non irrigati, c’è il rischio serio che non si raccolga. Ma anche negli uliveti irrigati c’è il rischio che le olive rimangano sugli alberi, per i costi elevati che abbiamo sostenuto per l’irrigazione e perché non sappiamo a quanto riusciremo a vendere il prodotto».

Per Colella una possibile strada è quella di non immettere immediatamente sul mercato tutto l’olio prodotto, attendendo condizioni di vendita più favorevoli. Una soluzione che, tuttavia, richiederebbe un sostegno pubblico per consentire alle aziende di affrontare le spese.

«Il consiglio che do è di molire le olive e stoccare l’olio, aspettando che il prezzo torni a salire, perché secondo me aumenterà. Il Governo deve dare subito un contributo ai frantoiani e ai produttori, per salvare almeno il salvabile».

Le difficoltà delle singole aziende si inseriscono in un quadro più ampio, nel quale la crisi dell’olivicoltura rischia di avere conseguenze sull’intera economia locale. A sottolinearlo è Tommaso Loiodice, presidente nazionale Unapol e presidente del FOOI, che richiama l’attenzione sulla condizione di chi investe un anno di lavoro e si ritrova con un prodotto che ha perso metà del proprio valore.

«È il grido di disperazione di chi quotidianamente ha lavorato nei campi e, a distanza di un anno, si ritrova con il proprio prodotto deprezzato e dimezzato di valore. Gli agricoltori hanno delle famiglie, devono portare il pane a casa e curare i propri campi. Quest’anno i costi energetici sono raddoppiati, quelli del gasolio sono aumentati enormemente, mentre il valore del prodotto si è dimezzato».

Secondo Loiodice, per riuscire almeno a coprire i costi di produzione il prezzo dell’olio non dovrebbe scendere sotto i 7 euro al chilo. Una soglia che evidenzia la distanza tra le attuali quotazioni e le necessità economiche delle aziende.

Loiodice richiama anche la necessità di applicare concretamente le norme contro le pratiche commerciali sleali: «Esiste una legge, quella che dovrebbe contrastare le pratiche sleali. Che si metta in campo la legge, perché prevede che il prodotto non possa essere venduto sottocosto. Però non abbiamo ancora gli istituti che ci dicano qual è il costo giusto che va riconosciuto ai produttori».

Ma la preoccupazione non riguarda soltanto il reddito dei produttori. L’olivicoltura rappresenta un elemento di tenuta economica e sociale per numerose comunità del territorio, con ricadute dirette sul commercio, sulla ristorazione e sulle imprese che operano a servizio del comparto agricolo.

«Nelle nostre comunità gli olivicoltori sono anche un elemento di tenuta sociale. Quando il settore vive una buona annata, ne beneficiano tutti: negozi, bar, ristoranti, pizzerie e attività che vendono attrezzature. Gli agricoltori avevano ricominciato a investire e anche i giovani si stavano riavvicinando all’agricoltura. Il rischio è di fare un passo indietro e che inizi l’abbandono dei campi».

Una prospettiva che preoccupa anche le amministrazioni comunali, intenzionate a mantenere un fronte comune per sostenere le rivendicazioni del mondo agricolo. La richiesta condivisa è quella di ottenere dal Governo un intervento tempestivo, a partire dal riconoscimento dello stato di crisi, senza disperdere l’attenzione su una molteplicità di questioni che pure richiedono soluzioni strutturali.

La mobilitazione proseguirà oggi, venerdì 9 ottobre, con un presidio davanti al Comune di Bitonto, mentre lunedì 12 ottobre, alle 9.30, olivicoltori, frantoiani, agricoltori e rappresentanti delle cooperative si ritroveranno davanti alla Prefettura di Bari.

Il comitato Orgoglio Olivicolo ha fissato alle 12 di lunedì il termine entro il quale attende risposte da Governo e Regione. In caso contrario, ha annunciato l’intenzione di proseguire ed estendere le manifestazioni ad altri Comuni pugliesi e alle regioni del Sud, fino a un’eventuale mobilitazione nazionale a Roma.

Con la raccolta ormai imminente, la campagna olivicola si sta trasformando in una corsa contro il tempo.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!